A mio zio piacevano le cozze. Negli anni settanta c’erano dei piccoli chioschi ai lati della strada, e ad agosto, andando verso lo stabilimento “Il Gabbiano” appena ne vedeva uno, fermava di colpo la fiat 1.100 e se le mangiava crude con il limone in mezzo ad un capannello di disperati già tutti con l’epatite, senza saperlo. Poi rientrava in macchina e con il sorriso dei bambini mi diceva: “Noi siamo come le cozze lo sai? Ci apriamo con le persone, e poi, resta solo il guscio vuoto. Hai portato il costume?” poi mi arruffava i capelli e ingranava la prima, verso il mare.
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